Le pellicce di volpe sono fra le più pregiate esistenti al mondo, ma forse non tutti sanno quel che c’è dietro la produzione di tali indumenti. Oramai è chiaro da anni che la produzione di pellicce comporta indicibili sofferenze degli animali, che non sono sottoposti a una morte istantanea. A richiamare l’attenzione su questo tema che purtroppo è sempre all’ordine del giorno, la Humane International, che ha condotto l’ennesima indagine, mettendo allo scoperto alcuni allevamenti in Asia. In particolare è stata la divisione del Regno Unito a portare avanti la campagna che ha come obiettivo ultimo quello di liberare il mondo dalle pellicce, il che vuol dire liberare gli animali da tutte le torture cui sono regolarmente sottoposti.

Sono stati ispezionati ben 11 allevamenti e lo scenario comune a tutti questi purtroppo è stato lo stesso. C’erano volpi e procioni, che, se ancora vivi, venivano percossi in maniera alquanto brusca e violenta, con mazze e sbarre di ferro. Il problema è che, una volta sottoposti alle torture, che secondo alcuni servono a ottenere un prodotto finale più pregiato, non muoiono subito. Anzi, restano inermi, al suolo, spegnendosi poco alla volta, in quella che è una scena pietosa che colpirebbe chiunque, tranne gli aguzzini a quanto pare.

Le gabbie in cui sono detenute le volpi inoltre, sono particolarmente piccole, tanto da ostacolare i movimenti degli animali. Purtroppo non c’è modo al momento di intervenire legalmente, dato che in Asia non esistono delle leggi a tutela degli animali che vietano tali atti di violenza. E le aziende occidentali non perdono l’occasione per approfittare della situazione vista la natura redditizia del commercio di pellicce di volpi, che ad oggi sono fra le più costose. Tuttavia, situazioni del genere vanno denunciate per sperare che in un futuro non troppo lontano possa cambiare qualcosa.