Potrebbe risolversi in nulla di fatto, l’abolizione del consumo degli animali selvatici in Cina; infatti una volta terminata l’emergenza dovuta alla pandemia le misure sembrano essersi allentate. Il governo sembra aver dimenticato gli effetti della vendita e del consumo di tali animali e, la paura più grande è che possa finire analogamente al 2003 con la Sars. Infatti all’epoca furono banditi gli animali responsabili della malattia, ma si trattò di misure temporanee, per lasciare spazio, dopo qualche tempo, alla normalità. Oggi potrebbe accadere la stessa cosa, dal momento che i cittadini non sono propensi a sospendere un’attività per loro molto redditizia.

Il business degli animali selvatici genera ingenti profitti ogni anno, si parla di giri di circa 18 miliardi di dollari. Le persone che vengono sfamate da questo mercato sono circa 6 milioni, persone che da febbraio, quando sono state imposte le nuove regole, si sono ritrovate senza un lavoro. Ecco perché molti di loro hanno cominciato delle proteste, si sono ritrovati da un momento all’altro senza lavoro e in compenso con delle spese da sostenere. La legge ufficiale però, che avrebbe dovuto essere ufficiale nel giro di pochi giorni, non c’è stata e di fatto pare che nulla sia cambiato in Cina.

Secondo le fonti, il governo starebbe lavorando sull’applicazione delle leggi attuali prima di formulare una vera e propria legge che vieterebbe le attività definitivamente. Il problema è che una legge del genere richiederebbe almeno un anno, se non addirittura due e, nel frattempo, non cambierebbe nulla per quel che riguarda le abitudini alimentari dannose. Molti sono i cittadini che, in preda alla disperazione e non trovando alternative, hanno dovuto trovare delle scappatoie anche per trasgredire il divieto imposto da quando è scoppiata la pandemia. La speranza è che, con le pressioni delle potenze internazionali si potranno avere risultati più soddisfacenti.