Molte persone hanno gioito lo scorso 29 maggio quando è arrivata la notizia dalla Cina: il festival di Yulin, noto a molti per la crudeltà con cui vengono massacrati i cani, sarebbe stato interrotto. Dopo anni e anni di battaglie il sogno sembrava finalmente essere realtà e, per i poveri cani vittime di abusi sembrava esserci una via di scampo. Ma ora, a distanza di pochi giorni, questa notizia potrebbe essere smentita dal momento che, nonostante siano state fatte delle leggi, la programmazione del festival non è cambiata; tutti gli eventi in programma sono rimasti tali e gli organizzatori sembrano non aver recepito il messaggio.

Infatti non sono state apposte delle modifiche, ma lo schema iniziale che prevedeva la festività ormai entrata a far parte della tradizione cinese è rimasto immutato. Il problema, oltre al divieto nazionale di macellare e consumare carne di cane, è molto più ampio, infatti a realizzare i maggiori profitti da tale carneficina è il mercato nero. Da tale commercio illegale proviene la maggior parte dei cani, infatti secondo le stime della Human Society sarebbe proprio la criminalità organizzata a perderci maggiormente se tutto venisse bloccato. I numeri sono agghiaccianti, si parla di 10 milioni di cani che ogni anno vengono brutalmente uccisi e macellati.

A far pensare che sotto il consumo di carne ci sia un secondo fine, un interesse maggiore rispetto a quello dei cittadini c’è il fatto seguente: in Cina sono anni che oramai la carne di cane non viene consumata. O viene mangiata da una piccola fetta della popolazione, da una porzione esigua che numericamente parlando non è rilevante. Questi sono i risultati di un sondaggio che è stato fatto tre anni fa e oggi, osservando le tendenze, il consumo di carne sembrerebbe ulteriormente diminuito, soprattutto in tempi di coronavirus.