Un fatturato che può superare i 20 miliardi l’anno: si tratta si di imprese criminali, ma di quelle che non ci aspettiamo in occidente. Stiamo parlando del traffico e del commercio illegale di animali selvatici che, seppur esiste da anni, è finito al centro della nostra attenzione solo negli ultimi mesi a motivo della pandemia da coronavirus. Tanti sono gli interrogativi emersi a tal proposito: perché ancora sono in corso tali trattative, visti i letali effetti che possono causare a livello mondiale? Infatti, pare che nonostante la situazione globale non si siano fermati gli scambi e il consumo di animali selvatici.

Resta una grande differenza da fare fra i paesi asiatici e quelli africani, in quanto i primi non sono mossi da necessità. Volendo porre la questione in maniera più semplice, se un uomo congolese si dà alla caccia di animali selvatici lo fa per sfamare la propria famiglia, lo fa perché l’alternativa sarebbe la fame. Tuttavia in Asia, nonostante le condizioni economiche migliori, si ricorre al consumo di animali selvatici come un lusso. Infatti sono solo le famiglie più benestanti a potersi permettere determinati esemplari quando si tratta di specie protette. Quindi, se chiudendo i wet market si abbatte in maniera significativa il rischio di epidemie o pandemie, resta la grossa percentuale di commercio nero di animali.

Questi vengono utilizzati negli ambiti più svariati, per preparare delle prelibatezze culinarie o per delle ricette medicinali considerate miracolose. E dove non arriva la sensibilizzazione purtroppo arrivano i denari: è stato calcolato che questo tipo di traffico è il quarto al mondo fra le imprese criminali. Il che significa che, da un punto di vista economico potrebbe essere paragonato allo spaccio di droga. Con una differenza, che in questo caso si crea un danno irreversibile agli ecosistemi e all’interno pianeta terra.