Negli ultimi mesi si è parlato molto di wet market asiatici, con particolare attenzione verso alcune specie ritenute responsabili della diffusione e dell’origine del coronavirus. Ma questa triste realtà non è unica dei paesi asiatici: il consumo di carne di animali selvatici infatti è alquanto diffuso in Africa, dove in molte zone, soprattutto le più povere, costituisce forse l’unica fonte di sostentamento. Questa è la principale differenza fra i mercati africani e quelli cinesi, o in generale quelli asiatici. Mentre in quest’ultimo caso si tratta infatti di un’opzione per soddisfare palati più fini, nonostante ci siano dei commercianti che vivono grazie agli animali selvatici, in Africa tale pratica condiziona la vita di milioni di persone.

Quindi anche considerando tutti i rischi annessi al consumo di animali selvatici, potenziali veicoli di virus come quello che ha attualmente fermato il mondo, la scelta delle popolazioni africane in molti casi è forzata dalle circostanze. Infatti nelle popolazioni a basso reddito e condannate a condizioni più estreme, la fauna selvatica costituisce l’unica fonte di cibo, l’unico elemento nutrizionale che la maggior parte delle persone può permettersi. Ma non si può ignorare l’allarme, come ha sottolineato anche la portavoce della Convenzione Mondiale per la biodiversità, Elizabeth Maruma Mrema, evidenziando che, andrebbero chiusi tutti i mercati del genere esistenti sul nostro pianeta.

La questione è alquanto delicata e in gioco ci sono milioni di vite alle quali, una volta tolti i mercati, non resterebbe molto di cui vivere. Alla imponente deforestazione fatta dai colossi industriali si sta aggiungendo la cosiddetta defaunazione, spinta stavolta da problemi di necessità. Da un lato si rischia di far sviluppare un altro patogeno che potrebbe nuocere non a un singolo paese, ma, scatenando una pandemia, addirittura i paesi di tutto il mondo; dall’altro si rischia di aggravare una crisi umanitaria in paesi che già ne soffrono da anni.