Dopo anni e anni di massacri finalmente è arrivata una bella notizia dall’Islanda: quest’anno, come l’anno scorso, non ci sarà la caratteristica caccia alle balene, che per lungo tempo ha rappresentato oltre che una tradizione, anche una fonte di reddito per il paese. Già lo scorso anno la caccia non andò a buon fine, venne interrotta sul nascere perché la popolazione mostrò tutto il suo dissenso; infatti mentre una parte della popolazione è contraria alla pratica, un’altra porzione del popolo non consuma alcun tipo di carne, essendo vegetariana. L’ultima caccia alla balena risale all’estate del 2018, quando furono uccise circa 150 balene, tuttavia il consumo locale non è stato corrispondente al massacro.

Ci sono varie ragioni per le quali è stata nuovamente sospesa la caccia alle balene, non solo il dissenso della popolazione islandese. Lo scorso anno inoltre sono state approvate alcune leggi che regolamentano la caccia ponendo dei limiti e delle restrizioni alle attività dei pescherecci. A questo si aggiunge la concorrenza del Giappone, che rappresenta il principale paese produttore di carne di balena, con un ricco mercato a riguardo. Il Giappone infatti è uno dei pochi paesi in cui è consentito dalla legge uccidere le balene, utilizzando come motivazione per un atto tanto crudele uno “scopo scientifico”.

A complicare le cose quest’anno si è aggiunto il coronavirus che ha reso tutto più difficile: andare a caccia di balene comporta la violazione delle regole imposte dalla quarantena. Quindi, per preservare l’incolumità di tutti, è meglio sospendere un’attività che comunque non gioverebbe particolarmente al paese, dal momento che gli abitanti sono contrari al consumo di carne di balena. Anche la lavorazione del prodotto finale comporterebbe un rischio troppo elevato, perché servirebbero più persone per svolgere tale compito,  non potendo quindi rispettare le distanze di sicurezza necessarie a evitare il contagio.