Non è bastata la pandemia purtroppo a fermare il traffico illegale di animali, soprattutto quelli più rari. Sono stati sequestrati prodotti per un valore di oltre 2 milioni di euro, provenienti per la maggior parte dalla Thailandia e dalla Cina. Si tratta di animali selvatici, molti dei quali a rischio di estinzione, come ad esempio i pangolini; questi ultimi sono stati al centro dell’attenzione e lo sono ancora, considerando che secondo le evidenze scientifiche rappresentano l’ospite intermedio in cui si è sviluppato il ceppo di coronavirus che ha causato la pandemia. Lo avrebbero preso dal pipistrello, che invece è considerato l’ospite primario, in cui ha avuto origine il patogeno.

Alcuni responsabili del Wwf e dell’International Union for Conservation of Nature, abbreviato Iucn, hanno riportato i dati correlati agli ultimi anni. Sono stati ricavati dei numeri agghiaccianti, che non tendono purtroppo a modificarsi, nonostante siano evidenti le conseguenze del commercio illegale di animali selvatici. Tra questi ci sono anche uccelli e rettili, che spesso vengono commercializzati ancora vivi per ricavarne pelli e simili, una procedura che causa loro molta sofferenza. E danneggia anche l’ecosistema, considerando che si tratta di alcuni fra gli ultimi esemplari rappresentati sul nostro pianeta. Ma dove sono dirette queste merci illegali?

Ebbene è stato osservato che la metà della refurtiva è diretta verso paesi dell’Unione Europea, poi all’interno di essa continuano gli scambi, nella totale mancanza di rispetto per le leggi. A regolare tale commercio e soprattutto a vietarlo, è la Convenzione di Washington, che ha bandito a livello internazionale la vendita di tali animali. Il rischio infatti è che questi esemplari scompaiano definitivamente, dato che quelli in circolazione in tutto il mondo sono decisamente diminuiti in numero. Tra animali e materiali da essi ricavati come l’avorio, sono state sottratte circa 300mila unità messe in commercio illegalmente.

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