Dopo il divieto in Cina arriva quello mondiale, o almeno così si auspica: questo è stato quanto detto da Elizabeth Maruma Mrema, la responsabile della biodiversità e della commissione che se ne occupa. Mrema ha espresso tutta la sua preoccupazione per una situazione che ha causato la pandemia e ha diffuso il terrore in tutto il mondo. Oramai in Cina è quasi ufficiale, e almeno nelle province maggiori si parla di rendere illegale la vendita di animali selvatici. Tale norma è già stata messa in atto a Shenzen ad esempio, che rappresenta una delle città più popolose del paese. 

Infatti la città di Shenzen conta circa 13 milioni di abitanti, ma se il provvedimento può essere preso in tale città e analogamente in tutte quelle maggiori, non può dirsi lo stesso delle periferie rurali. Qui infatti regnano dei regolamenti che sono difficili da eradicare, ben stabiliti nelle menti delle persone: ad esempio anche in alcune zone dell’Africa c’è l’usanza di vendere animali vivi e macellarli sul posto. Lo scenario che si prospetta è raccapricciante: sangue e viscere ovunque, ragione per cui si parla di mercato umido. Oramai è nota la pericolosità dei mercati umidi, in quanto focolai di infezioni potenzialmente letali, come per l’appunto il coronavirus. 

Ma c’è anche un punto di vista etico: gli animali venduti al mercato umido trascorrono i loro ultimi momenti fra timore e panico. Sono ben consapevoli del fatto che verranno macellati di lì a poco, e il loro triste soggiorno non è per nulla migliorato dalle condizioni in cui vengono tenuti, infatti sono raggruppati e tenuti prigionieri all’interno di gabbie troppo piccole per le loro dimensioni. Legati e sofferenti, fino a quando arriva il loro momento, quando vengono brutalmente macellati e venduti senza il minimo rispetto delle condizioni igieniche.

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