Dopo anni dal disastro di Fukushima ancora il territorio sta subendo i danni dovuti ai residui radioattivi, e il modo in cui questi saranno smaltiti ha già suscitato le polemiche dei paesi vicini al Giappone. Il problema di maggiore importanza è lo smaltimento dell’acqua contaminata: tale acqua viene utilizzata per raffreddare i reattori danneggiati dopo il disastro. Ne occorrono circa 200mila litri al giorno e dopo aver raffreddato i reattori questa viene raccolta in appositi serbatoi, ce ne sono 960 per l’esattezza. Tuttavia quest’acqua è contaminata e per ragioni geografiche non è possibile costruire altri serbatoi, quindi fra un paio di anni gli attuali saranno saturi e bisognerà trovare un’alternativa per l’acqua contaminata.

Sono state proposte ben 5 soluzioni dai tecnici, fra queste c’è l’opzione che contempla l’evaporazione dell’acqua. La strategia che sembra aver raccolto il maggior numero di consensi per la sua semplicità da mettere in atto e per i costi contenuti è quella di gettare l’acqua contaminata in mare. Ovviamente i paesi circostanti avranno molto da obiettare in merito, anche in considerazione del fatto che secondo una prima analisi effettuata dalla Società per l’Energia Atomica giapponese per smaltire le sostanze nocive presenti nell’acqua ci sarà bisogno di un periodo di 17 anni.

Solo dopo tale lasso di tempo l’acqua del mare si mescolerà con quella contaminata, raggiungendo un livello di tossicità “accettabile”. La commissione nominata dal governo giapponese, costituita da vari esperti del settore, sembra aver già preso una chiara decisione in merito, optando per lo sversamento dell’acqua radioattiva nel mare. Il governo a sua volta ha voluto accogliere la proposta affidandosi completamente alle raccomandazioni degli esperti, che sono state criticate dagli altri paesi. Il limite è stato posto, c’è tempo fino al 2022, entro il quale i serbatoi non potranno più accogliere l’acqua, quindi servirà una soluzione efficace.

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