L’antibiotico resistenza è un problema che va peggiorando di anno in anno: nonostante si tratti di medicinali relativamente recenti abbiamo quasi “esaurito le scorte” di antibiotici che siano in grado di eliminare i batteri. Tale resistenza però non è un problema confinato solo all’essere umano e non dipende esclusivamente dall’uso che le persone fanno dei propri medicinali. Anzi, il fenomeno può “essere tramandato” di animale in uomo grazie all’alimentazione che seguiamo. Quindi anche indirettamente in un modo che molti non si aspetterebbero da un giorno all’altro gli antibiotici potrebbero perdere la loro efficacia, e tutto a motivo degli animali che sono stati curati con essi.

Il problema di tali trattamenti è che, se in caso di malattia risultano essere molto efficaci, purtroppo vengono somministrati anche ad animali sani in via preventiva. Atteggiamento del tutto sbagliato, come attestato anche dall’Oms, che mette in pericolo oltre che gli animali il consumatore finale, l’uomo. Qualche tempo fa sono state condotte delle analisi volte a comprendere se ci fossero sostanze nocive in alcuni tipi di latte, con determinati marchi. Sono stati trovati svariati tipi di antibiotico, in concentrazioni abbastanza importanti che hanno allarmato gli studiosi. Ciò dimostra che quel che prende l’animale in vita resta, non viene completamente eliminato ma può apportare notevoli danni.

Così l’Ema, ovvero l’Agenzia per le Medicine Europea, ha stabilito quattro livelli che determinano in quali casi si può utilizzare l’antibiotico e in quali casi è meglio evitare. Si parte dunque da una prima categoria di farmaci, che vanno evitati a meno che non si tratti di casi estremi a una quarta categoria, che comprende quei farmaci che vanno utilizzati con prudenza. In quest’ultima categoria rientra anche l’amoxicillina, che  è stata ritrovata in ben 21 campioni di latte, tutti di diversi marchi che troviamo quotidianamente sugli scaffali dei nostri supermercati.

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