Plastica nei mari e negli oceani: ormai ci siamo quasi abituati, ma la situazione è tutt’altro che normale, stando alle statistiche e ai risultati di un’indagine dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Le informazioni che abbiamo riguardo all’inquinamento degli oceani sono a dir poco spaventose e, se fino ad ora è stata promossa una campagna di rispetto dell’ambiente e delle specie animali, la tendenza non si è invertita affatto. Gli animali che ingeriscono microparticelle di plastica aumentano giorno dopo giorno in maniera che sembra inesorabile: i nostri rifiuti sono diventati una parte integrante della loro dieta, e molte sono le specie che ne risentono.

Le specie colpite sono state contate e sono almeno 116, mentre il numero degli esemplari vittime dell’inquinamento umano è salito a 50mila. Non solo particelle ingerite, ma anche grosse parti di plastica che trasportano gli animali dalla loro zona natia ad altri luoghi che non costituiscono il loro habitat naturale. L’Ispra ha raccontato il dramma degli oceani, dramma che già era fin troppo ben conosciuto, ma che purtroppo non accenna a sparire. Ancora non si conoscono gli effetti che indirettamente questo tipo di materiale possa avere sull’uomo, consumatore di pesci e crostacei contaminati con la plastica.

Potrebbero verificarsi importanti conseguenze a lungo termine, ma occorre del tempo per poter dare risposte certe. Gli esemplari più soggetti a questo tipo di inquinamento infatti sono proprio i pesci ossei, quelli che con maggior frequenza si ritrovano sulla tavola dei consumatori, inclusi quelli italiani. Si tratta di orate, trote, triglie, merluzzi, sardine; lo studio riguarda una ricerca condotta dagli anni ’80 fino a quest’anno. Tale ricerca ha dimostrato un mostruoso incremento della quantità di plastica presente negli oceani e nei mari. Le piccole particelle, di dimensioni microscopiche, sono state ritrovate nell’apparato digerente dei vari esemplari che hanno ingerito i rifiuti.

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