Risale al 20 novembre 2018 il rapimento della volontaria italiana, Silvia Romano, che lo scorso anno venne sequestrata da un gruppo di uomini nella città di Chakama. Sin da allora sono stati fermati tre uomini, indagati per aver rapito la giovane: le autorità competenti del luogo hanno accorpato i processi a loro carico. I tre responsabili oggetto delle indagini si chiamano  Ibrahim Adan, Abdullah Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Tuttavia è emerso che gli agenti sono alla ricerca di un’altra persona, un quarto uomo di nome Said Ibrahim che è considerato il regista di tutto il piano.

Così anche colui che è stato definito il regista verrà processato insieme agli altri responsabili e, nonostante la sua udienza fosse stata fissata a martedì è stata rinviata. L’uomo, un 35enne che nella vita fa l’insegnante di religione ed è di origini somale, sarà processato insieme agli altri responsabili, che hanno collaborato con lui. È accusato di aver partecipato all’organizzazione del rapimento, anche se secondo le fonti non ne è stato l’ideatore: in suo possesso è stata trovata un’arma che è stata impiegata per commettere il crimine, ritrovamento che confermerebbe il suo ruolo cruciale nella messa in atto del piano.

Inoltre c’è un altro dettaglio che rende la vicenda ancora più inquietante: Moses Luwali Chembe, uno dei responsabili, è tornato in libertà. Qualcuno ha pagato la sua cauzione, una somma corrispondente a circa 25mila euro, cifra che per gli standard kenyoti è elevatissima, considerando che lo stipendio medio si aggira sui 1000 euro all’anno. Per tale ragione si pensa che dietro l’organizzazione ci sia qualcuno di importante, ancora non identificato, qualcuno che si trova in una posizione ben protetta. Ancora ci sono 17 testimoni da ascoltare secondo quel che è stato riportato e sono molti i dettagli da chiarire sulla sorte della giovane Silvia.

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