Si chiamava Alessandra l’insegnante di 46 anni che ha deciso di ricorrere al suicidio assistito per porre fine a tutte le sue sofferenze; la donna si è recata in Svizzera seguendo delle precise istruzioni. A darle tali direttive è stato il presidente di Exit Italia Emilio Coveri, che le ha consigliato di fare il testamento biologico. Lui le ha dato tutte le informazioni e le ha consigliato di recarsi in Svizzera, con la possibilità di scegliere fra Berna, Basilea e Zurigo. Alessandra si è spenta lo scorso 27 marzo nella clinica Dignitas.

Da qualche tempo la donna si era ammalata, infatti soffriva di una terribile depressione e della sindrome di Eagle, che comporta dolore neuropatico. Così nel 2017, racconta Coveri, ha telefonato a Exit, associazione italiana che promuove il diritto all’eutanasia. È stata una lunga telefonata quella con il presidente di Exit, allora Alessandra ebbe modo di confidarsi ed esprimere tutto il suo tormento, mentre dall’altro lato Coveri ascoltava. L’associazione in questione può solamente dare informazioni, qui finiscono i suoi poteri; i familiari della donna erano molto contrariati e nonostante lei parlasse da tempo della sua decisione, non hanno mai cambiato idea.

Ecco perché, dopo la morte di Alessandra, la famiglia ha fatto un esposto alla Procura di Catania. Il responsabile, che si presenterà in qualità di principale rappresentante, dovrà rispondere alle accuse di “aiuto al suicidio”. Coveri non rinnega nulla di quel che ha fatto e continua a sostenere le ragioni che lo hanno portato ad aiutare la donna: stava malissimo e non poteva più vivere con tutte quelle sofferenze, tanto dolore le ha rovinato la vita. Con la sua malattia non riusciva neppure a stare in piedi dal dolore, anche se i suoi familiari pensavano che fosse solo depressa. Quello di Exit dunque, sarebbe stato solo un atto di compassione e di aiuto per la vittima.

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