Erano quattro italiani e tre pakistani, sono stati travolti da una valanga nelle prime ore del mattino a un’altezza di circa 5.300 metri. Secondo l’ambasciata italiana gli alpinisti sono tutti vivi; le vittime delle condizioni metereologiche avverse nella valle di Ishkoman, nel distretto di Ghizer saranno recuperate il prima possibile con degli elicotteri. Le operazioni sono state ritardate come ha spiegato il segretario generale del Club Alpino del Pakistan Karrar Haideri. Infatti il maltempo non ha permesso nessun intervento tempestivo, sarebbe stato solo rischioso e molto probabilmente non avrebbe portato a nessun risultato positivo.

In più, la base per elicotteri più vicina al luogo della tragedia si trova a circa 300 km dal luogo in cui si è verificata la valanga. Quindi è stato necessario provvedere a trasportare alcune riserve di carburante verso questa base: tali scorte saranno trasportate sullo stesso volo di recupero, serviranno data la distanza dalla base di atterraggio. Il fatto che la zona sia molto lontana e fuori mano rende il ritrovamento degli alpinisti ancora più difficile; neanche le comunicazioni con i soccorsi sono agevolate, anzi risultano particolarmente difficili ma, nonostante ciò, sono riusciti a far sapere all’ambasciata italiana che sono tutti vivi, sia gli italiani che i tre pakistani.

Ma cosa ha spinto questi alpinisti così in alto? L’ambiziosa meta dei sette sportivi è la vetta dell’Hindu Kush. Si tratta di una cima che non è mai stata raggiunta da nessuno fino ad oggi, è rimasta di fatto inviolata, rappresenta perciò una grande conquista per gli alpinisti. La vetta è stata scoperta dall’alpinista Franz Rota Nodari, scomparso lo scorso anno sul Concarena in seguito a un tragico incidente: uno dei chiodi che lo tenevano sospeso non ha retto e l’uomo ha perso la vita. Anche a lui è stata dedicata questa spedizione in Pakistan, oltre che ad altri colleghi che sono morti in maniera simile.

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