Si chiamava Robin Haynes Fisher l’alpinista britannico che, come tanti appassionati aveva il sogno di scalare la vetta più alta del mondo. L’Everest, con i suoi quasi 9000 metri, è il monte più imponente della catena dell’Himalaya e rappresenta una sfida da superare almeno una volta nella vita per tutti gli alpinisti e gli sportivi del settore. Tuttavia dal 1953, anno in cui fu fatta la prima scalata dell’immensa vetta, le morti non sono affatto diminuite. In questi giorni è toccato all’alpinista inglese, che ha lasciato la fidanzata a pezzi con il cuore spezzato. Quest’anno secondo le stime, le vittime dell’altezza sono state almeno una decina.

Il problema che sta alla base anche della morte di Fisher è il sovraffollamento: infatti sono moltissimi gli avventurieri che, arrivati a un certo punto si mettono in coda per aspettare il proprio turno e raggiungere la cima della montagna. Tuttavia bisogna considerare che a una tale altitudine l’aria è rarefatta, le temperature sono gelide e i venti sono molto forti, soffiano a una grande velocità. Per questo motivo in genere ci si munisce di bombole di ossigeno, che basterebbero se non bisognasse aspettare in fila: proprio questo è stato il destino fatale di Fisher. L’aria era rarefatta lassù e la sua scorta di ossigeno non bastava più così, anche se hanno tentato di cambiargli la bombola e successivamente di rianimarlo, non c’è stato nulla da fare, purtroppo. Aveva 44 anni ed era appassionato di sport, in particolare amava il triathlon, come racconta la fidanzata; una tragedia del genere è stata raccontata fin troppo spesso negli ultimi anni, coinvolgendo scalatori delle più svariate nazionalità. Indiani, nepalesi, ultimamente un 56enne irlandese, sempre con la stessa modalità, ovvero la mancanza di ossigeno: una volta arrivati in cima o lì vicino, le condizioni ambientali hanno la meglio, e in quel momento, soccombono.

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