Loto d’oro è il nome con cui si indicavano i piedi delle donne cinesi, secondo una pratica che è stata una tradizione fino agli inizi del Novecento. Tale pratica consisteva nella fasciatura dei piedi delle bambine, soprattutto quelle che nascevano in famiglie ricche e benestanti: queste venivano fasciate dalla tenera età di due anni, in modo da deformare le ossa quando ancora non erano pienamente sviluppate. Con questo procedimento i piedi continuano a crescere comunque, ma lo spazio in cui possono espandersi è limitato, pertanto con il passare degli anni (la fasciatura durava per almeno due anni) i piedi perdono la loro forma originale; oltre alla questione meramente estetica inoltre, c’è un problema di praticità che riguarda l’equilibrio. Con i piedi fasciati le donne incontravano grande difficoltà a mantenere una corretta postura e oscillavano al vento proprio come i fiori di loto, da cui prendevano il nome. La base di appoggio del piede si limitava al tallone, le dita venivano completamente piegate e il collo del piede diveniva ricurvo. Queste donne avevano bisogno di scarpe apposite, molto robuste e molto lavorate per renderle più belle.

I piedi fasciati erano simbolo di ricchezza e fascino, valorizzavano la donna e le conferivano un certo erotismo, secondo i gusti degli uomini cinesi. Nelle zone rurali invece, nelle famiglie contadine, la pratica cominciava in tarda età ed era meno visibile: questo perché le ragazze dovevano avere dei piedi abbastanza grandi da poter lavorare.

Gli effetti collaterali non erano pochi: a parte il dolore dovuto all’alterazione morfologica delle ossa e delle articolazioni – che a volte venivano rotte appositamente per coadiuvare il processo – spesso bisognava fare i conti con infezioni e ulcerazioni. Inoltre bisognava curare e cambiare regolarmente le fasce, che erano lunghe fino a 5 metri, per rimuovere i residui organici che inevitabilmente si formavano.

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